LA PRODUZIONE DELL’ UVA E LA VENDEMMIA
San Mauro ha sempre vantato un ottima qualità di vitigni se pur con scarsa quantità di vigneti .
Un vitigno di eccellenza sempre presente in zona è stato il moscatino profumato adesso quasi del tutto estinto , il vitigno veniva impiantato o per talea o per innesto su vite selvatica , che venivano effettuati in Luglio a pezze , Questo consisteva nello scavare il terreno tutto in torno il vitigno selvatico , incidere con una sorta di coltello a 2 lame , un quadratino . esportando la corteccia , si sostituiva con una gemma della varietà che si desiderava impiantare .
Questo lavoro , faceva si che molti cittadini , trovassero impiego nei vigneti per qualche mese, che a quei tempi risultavano difficili.
Poi vi era il così detto vitigno a produzione diretta , che non necessita di innesti ed eccessive cure in quanto si adatta molto bene a ogni tipo di terreno .
La coltivazione della vite , consisteva nella potatura in dicembre – gennaio e nel mese di febbraio – marzo si zappava il vigneto , e in questa occasione si provvedeva ad eliminare le radici capillari e superficiali , in modo da permettere la radice principale di ingrossare scendendo in profondità per pescare la linfa in mesi siccitosi . nel mese di maggio si dava la prima passata di zolfo , cenere e calce in polvere , per combattere la peronospora ( parassita della pianta ). Verso giugno si eliminavano le foglioline in eccesso e si legava con dei fili di ginestra , quei tralci allungati in modo che non li spezzasse il vento e così si procedeva fino ad agosto trattando il vigneto ogni 15 giorni e se il tempo era umido anche prima , in quanto la peronospora è favorita dal caldo umido .
A settembre si procedeva alla vendemmia .
Numerose erano le famiglie che si riunivano in tale occasione , quasi a festeggiare la Vendemmia . Ma anche tra i vicini e amici si usava invitare .
Io stesso ancora ricordo , quando i miei anziani vicini di casa ci invitavano a tagliare l’ uva , mettendo noi bambini su un calesse trainato da una cavalla , Tutto assumeva un aspetto magico quasi impossibile da descrivere .
Arrivati nel vigneto vi erano una marea di gente all’ opera, con ceste di salici e forbici . Altri che trasportavano al calesse e altri ancora con somari con sulla groppa un basto reggeva due cestoni chiamati ( Cofani ) pieni di uva .
A mezzogiorno ci riunivamo sotto un enorme quercia, e disposti a cerchio, con al centro una tovaglia a quadrettini rosso bianco si mangiava , ed ecco il fiasco con del vino vecchio e la fisarmonica era tutta un allegria .
La sera si andava in cantina a macinare l’enorme quantitativo di uva, con una macchina a manovella ( peccato che ai miei tempi già non si usava pigiare l’ uva con i piedi ) .
La nostra paga era una coppetta di uva e tanto divertimento , era poco ma valeva tanto .
Dopo la pigiatura , le massaie prelevavano del mosto e lo cuocevano con della semola di grano duro , formando una dolce polenta ,che essiccata al sole era simile alle attuali caramelle gommose.Questo dolce veniva chiamato ( L’ Boscaneshk ) Lo si conservava e di tanto in tanto lo si consumava .
Ogni sera bisognava rimescolare la vinaccia , per evitare che il vino non diventasse acido
E dopo circa 8-10 giorni veniva spremuto in un torchio , e quindi versato nelle botti di rovere .
Ai primi freddi di gennaio veniva travasato per la prima volta , separandolo dal fango e impurità depositate . E così il vino si poteva già bere .
Da noi si usava dire : “Quan’ jè sant’ Antun’ vid l muir se jè bun “. – Quando è Sant’ Antuono , assaggia il vino se è riuscito buono.
Prima dell’ arrivo del caldo , ossia nel mese di maggio si provvedeva a ritravasare o ad imbottigliarlo come prodotto pronto a essere consumato. Io posso garantirvi che il vino prodotto da un vigneto allo stato naturale privo di irrigazioni e sofisticati trattamenti , assume tutto un altro sapore è salutare e non danneggia l’ organismo se saputo bere in dosi giuste.
Questo lavoro oggi si continua a fare , ma in maniera molto sporadica e spesso con superficialità .La maggior parte dei vigneti sono abbandonati a se stessi , le sterpaglie fanno da padrone .
Pochi sono coloro che continuano la tradizionale coltivazione della vite come si dovrebbe , i più sono scoraggiati da uno scarso riconoscimento del prodotto e quindi del poco guadagno di un eccessivo lavoro . altri per problemi di viabilità spesso negate altre volte usurpate dove un azione legale non ripagherebbe mai i costi del suo reale valore, ed ecco che tutto si perde nei racconti di un vissuto rimpianto .